Podismo

Vuoi un disco intervertebrale ben idratato? Allora corri!!!

Cari amici runners, quante volte avete sentito che un medico o un fisioterapista hanno vietato la corsa a degli amici runners con il mal di schiena? (LBP :low back pain). La corsa causa  un carico ripetuto sulla schiena, la corsa  disidrata i dischi intervertebrali. La corsa su strada non va bene, la superficie è troppo rigida e troppo traumatica per la colonna… Tutte frasi che i professionisti e spesso, purtroppo, anche i non professionisti del settore hanno ripetuto a milioni di runners in tutto il mondo.

Io essendo un fisioterapista/osteopata e anche un podista sono sempre stato sensibile a questi argomenti ed in queste poche righe voglio portare alla vostra conoscenza alcune recenti scoperte relative al binomio corsa/low back pain. Vari studi hanno affrontato, negli anni, questo binomio ma solo pochi mesi orsono è uscito un articolo scientifico che mostra un dato che è l’esatto contrario di quanto solitamente si sente dire.Ma facciamo una piccola premessa relativa a quel capolavoro di meccanica quale è la nostra colonna vertebrale.

La colonna vertebrale (rachide) è composta da circa 32 /33 vertebre contando anche quelle fuse di sacro e coccige. Fra le vertebre, se si eccettuano sacro coccige e le prime due vertebre cervicali,  sono posti i dischi intervertebrali. Per l’esattezza 23 dischi che fungono da veri e propri ammortizzatori del carico assiale (che passa secondo l’asse, nel caso della colonna quello verticale ossia dall’alto verso il basso o viceversa) che grava sulla colonna. Negli anni vari studi hanno mostrato che i tessuti si adattano al carico. Già nel 1892, Wolff descrisse per la prima volta la teoria dell’adattamento osseo al carico. Wolff affermava che sotto carico e in seguito ad alterazioni patologiche della forma esterna delle ossa la trasformazione dell’architettura dell’osso segue leggi matematiche. In soldoni la forma dell’osso appare ottimizzata rispetto alla funzione meccanica alla quale è preposta. Il bello è che tale forma non è completamente codificata a livello genetico  e quindi definita su base evoluzionistica al contrario essa è in parte il risultato di un processo epigenetico(tutti i cambiamenti che influenzano il fenotipo senza modificare il genotipo ossia il DNA) e quindi suscettibile di modifiche dettate dallo stile di vita e dal comportamento della persona. 

Successivamente, numerosi studi hanno confermato un effetto benefico (osteogenico) dei protocolli di carico per l’osso. Tutti questi adattamenti al carico, ben studiati per il tessuto osseo, non sono stati però indagati per il disco intervertebrale (IVD).
Invece, in questo recente studio gli autori hanno ipotizzato la presenza di una qualità tissutale migliore nei runner rispetto ai soggetti non attivi. Incredibile si è sempre detto il contrario. E non è tutto. E’ stato inoltre ipotizzato un effetto dose-dipendente dei diversi volumi di corsa. Cioè, in altre parole, più corro più idrato il disco intervertebrale.
Nello studio sono stati inclusi soggetti con età compresa tra 25 e 35 anni che sono poi stati suddivisi in tre categorie: soggetti non attivi, runner che correvano distanze comprese tra 20 e 40 km a settimana e runner che correvano oltre 50 km a settimana.
I risultati dello studio hanno mostrato che i runner hanno una maggiore idratazione e un maggior contenuto di glucosaminoglicano rispetto ai soggetti non attivi. Questo effetto è presente in tutti i livelli vertebrali compresi tra le ultime due toraciche e L5/S1 (ultima lombare e prima sacrale). L’effetto della corsa sull’idratazione dei dischi intervertebrali e sul contenuto di glucosaminoglicano è maggiore a livello della regione centrale del nucleo rispetto all’anulus. L’altezza dei IVD, relativa a quella dei copri vertebrali, indice di ipertrofia dei IVD, è addirittura maggiore nei runners che percorrono lunghe distanze. Esaminando i singoli livelli vertebrali, questo effetto è presente nei livelli compresi tra L3/L4 e L5/S1. Questi effetti sono presenti in entrambi i sessi, senza differenze statisticamente significative tra maschi e femmine.
Questo studio fornisce una delle prime evidenze in cui si dimostra che l’esercizio fisico, in questo caso la corsa, potrebbe modificare in modo positivo il disco intervertebrale. L’ipertrofia dei IVD potrebbe rappresentare un adattamento al carico assiale ripetuto nei runners abituali.
Nella popolazione generale, i dischi della regione lombare sono solitamente più interessati da fenomeni degenerativi e i carichi ripetuti della colonna, come già  detto, sono stati considerati fattori contribuenti per lo sviluppo di questa degenerazione. Ma, nonostante i carichi ripetuti a cui è sottoposta la colonna durante la corsa, i runners inclusi nello studio non hanno mostrato alcune effetto negativo a livello dei IVD nei segmenti lombari. Anzi  i runners che percorrevano lunghe distanze hanno mostrato segni di una maggiore idratazione e di un contenuto maggiore di glucosaminoglicano nei IVD lombari rispetto ai soggetti non attivi. Inoltre, l’ipertrofia dei IVD conseguente alla corsa abituale era maggiore proprio a livello lombare. (I glicosamminoglicani sono zuccheri che formano lunghissime catene, hanno la caratteristica di essere molto idrofili, ossia legano facilmente l’acqua tendendo a rigonfiarsi facilmente. Fanno parte di varie strutture del nostro organismo quali le cartilagini e appunto i dischi intervertebrali conferendogli le loro caratteristiche ammortizzanti)
Questi risultati mostrano che il carico assiale,ossia perpendicolare, ripetitivo sulla colonna durante la corsa potrebbe rappresentare una strategia per migliorare l’idratazione dei dischi.
Naturalmente  è  importante considerare i limiti di questo studio. Il disegno di questo studio non permette di escludere alcuni fattori che possono confondere il risultato finale; come ad esempio  differenze nella funzionalità muscolare, nell’alimentazione e nel sistema ormonale tra i runners e i soggetti inattivi. Inoltre il campione è abbastanza esiguo poiché si tratta solo di 79 persone.  Aggiungerei, anche se l’articolo originale non ne parla, la limitata fascia di età (25-35). La popolazione dei runners è molto più ampia e quindi per le fasce di età più avanzate questi dati rischiano di non essere rappresentativi. Saranno quindi necessari ulteriori studi per confermare gli adattamenti al carico sui IVD determinati dalla corsa e delineare delle indicazioni per “rinforzare” i dischi intervertebrali individuando un carico ottimale.

Vi terrò aggiornati qualora uscissero nuovi studi. 🙂                                                            Buone corse a tutti.

Simone Molinelli.
A chi interessasse l’articolo originale può consultarlo qui:

Belavý DL, Quittner MJ, Ridgers N, Ling Y, Connell D, Rantalainen T. Running exercise strengthens the intervertebral disc. Sci Rep. 2017 Apr 19;7:45975.
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28422125

 

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